Tutti blu per terra, Soundtrack

E così ho finito di scrivere il nuovo romanzo che si intitola “Tutti blu per terra”.
Ora ci saranno le riletture, le paranoie, le correzioni, le paranoie, la ricerca dell’editore, le paranoie, e se trovo l’editore ci saranno l’editing, le paranoie, la correzione di bozze, le paranoie, la pubblicazione, le paranoie, la promozione, le paranoie e poi chissà.
Come per le altre cose che ho scritto la musica ha un ruolo importante, mi accompagna nella ricerca, nell’immaginazione, entra nelle storie.
Per cui è l’unica cosa davvero pronta quando termina la prima stesura. Questa è la playlist del romanzo, tutti i brani tranne tre sono citati nel testo apertamente, sono brani che i miei personaggi ascoltano o cantano. Fanno eccezione i due pezzi dei Marlene Kuntz, che restano sullo sfondo in una connessione implicita nelle parole e S.U.N.S.H.I.N.E. di Rancore, che è sugli ideali titoli di coda di questo racconto che ho vissuto e rivivrò ancora.

E poi fece irruzione il cielo

Sul sito dell’editore a questo link è disponibile il mio secondo romanzo! Prezzo scontato e spedizione gratuita in 24/48h.
Il libro sarà presto presente su Amazon con Prime, su IBS e gli altri bookstore. Dovrebbe essere già ordinabile in tutte le librerie.

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Soundtrack

Dopo qualche anno sono riuscito a scrivere un nuovo romanzo. Ne sono contento, ora bisogna vedere che ne sarà di questo lavoro.
Come per Il mare di spalle, ho scritto di ragazzi. Questa volta sono un po’ più grandi, al quinto anno di scuola superiore. Inoltre, per la prima volta, ho scritto una storia ambientata in Toscana, dove vivo da più di dieci anni.

Qui è possibile ascoltare una playlist che è la colonna sonora del romanzo:


Il titolo provvisorio è “E poi fece irruzione il cielo”.

Parola di insegnante

Nel 2005 ero un collaboratore a progetto di Indire e pubblicai un articolo che ricordo con affetto. Si tratta di un collage di brani letterari che compongono un racconto, il racconto di un insegnante. Tratta di quel che può pensare, affrontare, di com’è visto dai suoi allievi o da una famiglia. Tanti personaggi lontani che ho rubato e messo insieme, che restituiscono una storia possibile.

Dia IndireCosì passava e ripassava quattro volte al giorno, prima e dopo il mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per mano, gli altri sbandati dietro, d’ogni ceto, d’ogni colore, col vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce sfondate; però tenendosi accosto, invariabilmente le scolare che stavano più vicino di casa, sicché, ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il preferito. Le mamme lo conoscevano tutte; dacché erano al mondo l’avevano visto passare mattina e sera, col cappelluccio stinto sull’orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffi come le scarpe, il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro distacco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po’ curve.
G. Verga, Il maestro dei ragazzi, 1887

Ma un giorno, sul principio di maggio, gli seguì un caso che ebbe per effetto di scuotere fortemente le sue idee intorno all’educazione. Stava in faccia all’uscio della scuola, con l’ombrello in mano, sotto una pioggia fitta, a invigilare l’uscita degli ultimi alunni, quando sentì dietro a sè le grida disperate d’un ragazzo, e, voltandosi, vide un contadino in maniche di camicia che con una mano teneva afferrato per la nuca uno dei suoi alunni, e con l’altra lo picchiava furiosamente nel viso. L’istinto imperioso che l’aveva sempre gettato con un coraggio cieco contro i percotitori dei fanciulli, lo gettò contro quell’uomo. Si cacciò, gridando, fra lui e la vittima, fu percosso, afferrò la mano che percoteva, si sforzò di separarli; ma non riusciva che a inferocir di più quel furioso. Era il padre che aveva scoperta una birbonata del figliuolo mentre era a scuola, ed era venuto ad aspettarlo all’uscita perché non pigliasse pei campi.
– Me ne infischio del maestro! – urlava continuando a menar le mani; – ho diritto di castigare i miei figliuoli! Mi si levi d’attorno, giuraddio, o ne do anche a lei!
Gli alunni intanto avevan fatto cerchio, altra gente accorreva; il maestro riuscì a buttar via con uno spintone il ragazzo, che andò a dar la schiena nel muro, atterrito, filando sangue dal naso.
E. De Amicis, Il romanzo di un maestro, 1886

5 Novembre.
In questi giorni non ho avuto un minuto di tempo per scrivere nel mio caro giornalino, e anche oggi ne ho pochissimo perché ho da fare le lezioni. Proprio così. Si sono riaperte le scuole, e io ho messo giudizio e voglio proprio studiare sul serio e “farmi onore”, come dice la mamma. Con tutto questo non posso esimermi di mettere qui, nel giornalino delle mie memorie, il ritratto del professore di latino che è così buffo, specialmente quando vuol fare il terribile e grida:
– Tutti zitti! Tutti fermi! E guai se vedo muovere un muscolo del viso!…
Per questo noialtri, fin dai primi giorni gli s’è messo il soprannome di “Muscolo” e ora non glielo leva più nessuno, campasse mill’anni!
A. F. Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca, 1920

– Ho il figlio malato, potrei andare a casa mezz’ora?- domandai.
Il direttore mi guardò scuotendo la testa.
– Le voglio raccontare un aneddoto, signor maestro Mombelli. Quando noi eravamo ancora maestro, capitò che mio padre stava morendo. Noi andammo a scuola e ci dimenticammo che nostro padre stava morendo. Questo perché? Perché, signor maestro, le preoccupazioni personali non si devono portare nell’aula scolastica. Ma pensi, signor maestro Mombelli, ai missionari, pensi che la nostra è una missione. Mi faccia vedere il registro, signor maestro!
Sfogliò il registro e si portò le mani ai capelli.
– Signor maestro, stia attento alle anellate! La elle deve toccare la riga superiore; la effe deve toccare quella superiore e quella inferiore; la di invece è l’unica anellata che non deve toccare la riga superiore ma deve fermarsi poco sotto, alla stessa altezza della ti… Ah! Non c’è un’anellata che sia ben anellata, signor maestro! Vede qui: la bi è più alta della elle; la gi è più bassa della effe. Ma, signor maestro, il registro è un documento ufficiale!
L. Mastronardi, Il maestro di Vigevano, 1962

Dia, IndireVerso il meriggio, però, venne dai Verre poveri il maestro di scuola, il signor Giacinto Tedde, un bel giovine di vent’anni, alto ed elegante, tutto roseo in volto.
Vedendolo salire i gradini della roccia, il piccolo studente arrossì e si sentì battere il cuore, anche perché provava un vivo sentimento di ammirazione e di rispetto, tanto per il talento quanto per l’eleganza del giovine maestro.
– Ebbene, buon giorno, che notizie da ieri ad oggi? – chiese il maestro.
– Favorisca, venga su – disse Andrea, tutto vergognoso per la miseria della sua casetta. Ma il giovine volle stare in cucina, e non si guardò attorno: del che Andrea gli fu grato.
G. Deledda, Per riflesso, 1905

Era sempre rimasta in piedi, nel corso della lezione. Tese la mano, afferrò la caraffa e, tenendola per il manico, disse: “Non capisco perché i bambini siano così repellenti. Sono un vero flagello, come gli insetti. Bisognerebbe sbarazzarsene una volta per tutte, come si uccidono le mosche con l’insetticida o con la carta moschicida; perchè non inventare uno spray che ci liberi dai bambini piccoli? Sarebbe splendido entrare in questa classe con una bombola gigantesca e spruzzare dappertutto. Delle enormi strisce di carta appiccicaticcia sarebbero ancora meglio. Le appenderei ovunque, voi ci rimarreste attaccati, e addio. Non le sembra una buona idea Dolcemiele?”.
“Se si tratta di uno scherzo, direttrice, non lo trovo molto divertente.”
“Non mi stupisce. Comunque, non scherzavo. Secondo me la scuola perfetta è quella dove i bambini non ci sono. Un giorno aprirò un istituto del genere. Penso che avrebbe un grande successo”.
R. Dahl, Matilde, 1983

Infatti, Kolja una volta gli aveva posto la domanda: “Chi fondò Troia?”, al che Dardanelov aveva risposto vagamente parlando di popoli, dei loro spostamenti, delle trasmigrazioni, della remotezza dei tempi, della mitologia, ma non riuscì a rispondere esattamente alla domanda su chi effettivamente avesse fondato Troia, cioè proprio quali persone, anzi, chissà perché, considerava la domanda oziosa e inconsistente. Ma i ragazzi restarono nella convinzione che Dardanelov non sapesse chi aveva fondato Troia.
F. Dostojewskij, I fratelli Karamazov, 1880

– Prendiamo i verbi, – continuò il professor Grammaticus. – Secondo me essi non si dividono affatto in tre coniugazioni, ma soltanto in due. Ci sono verbi da coniugare e quelli da lasciar stare, come per esempio: mentire, rubare, ammazzare, arricchirsi alle spalle del prossimo. Ho ragione sì o no?
– Parole d’oro – disse la domestica. E se tutti fossero stati del parere di quella buona donna la riforma si sarebbe potuta fare in dieci minuti.
G. Rodari, La riforma della grammatica, 1964

Dia, Indire4 maggio 1986. Ora è il tempo della nube mortale che viene dall’Est: così, con tono scespiriano, comincia il documento della nostra sezione Cgil sul disastro di Cernobyl. A scriverlo sono stati il collega Vivaldi e il collega Pettazzoni, che seguitano, abbassando il tono: “la nube bussa ai vetri delle nostre aule e cerca di entrare, come tanti altri eventi di quest’anno scolastico fin troppo intenso”. Ma i docenti fanno finta di niente – riassumo qui io a occhio e croce: fuori danno l’assalto ai supermercati, fanno incetta di surgelati, temono per la vita dei loro figli; dentro dicono: “Parliamo di Parini” o incollano le fascette intorno ai compiti appena corretti. “La routine è la nostra armatura” conclude il testo, già affisso in bacheca. “Se si spezza cadiamo in ginocchio”.
D. Starnone, Ex cattedra, 1989

Quando le scuole erano chiuse per le vacanze estive, la maestrina Boccarmé non sapeva che farsi della sua libertà. Avrebbe potuto viaggiare, coi risparmi di tanti anni; le bastava sognare così, guardando le navi ormeggiate nel Molo o in partenza.
L. Pirandello, La maestrina Boccarmé, 1924

Pubblicato su Indire.it, il 13/4/2005
Immagini dall’archivio DIA.

Ci sono anche io nel settimo numero di “Im@go, a journal of the Social imaginary” dedicato al tema: Technology and/as imaginary.

Il mio contributo si intitola:
“Facebook & Co.: un dispositivo narrativo sintetico a comprimere l’immaginario”.

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Due giorni indimenticabili

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Con Ippolita, nell’acquario di Facebook

Il passaggio più appassionante della riflessione di Ippolita da Nell’acquario di Facebook (2012, Ledizioni: Milano).

In una massa non abbiamo ragione di volerci distinguere perché l’identità di gruppo è determinata dall’omologazione, non dall’eccezionalità. Banalmente, un individuo atomizzato formato in permanenza a essere il più possibile intercambiabile con qualsiasi altro atomo deve sviluppare caratteristiche standard per essere appetibile al mercato globale, in un’infinita riproduzione dell’identico con minime variazioni, già previste dal sistema di profilazione. Un individuo autonomo sarà invece tanto più interessante quanto più unico, dotato di caratteristiche particolari, miscela di differenti ingredienti ed esperienze. E’ logico pensare che un individuo del genere parteciperà a diversi gruppi, non per auto promozione, ma per il piacere di scambiare e di stare con altri individui affini. Appartenere a una comunità, a una rete organizzata come un noi, significa allora sentirsi rappresentati, non perché si ha il diritto di veto o il potere di voto, ma perché si influenza direttamente la rete, si influenzano gli altri e ci si fa influenzare. Si cambia e si inducono cambiamenti, stratificando una storia comune. E’ un equilibrio necessariamente dinamico e complesso, nel quale i limiti reciproci sono oggetto di rinegoziazione continua.
Non si possono immaginare individui già dati una volta per tutte, determinati da principi assoluti come gli attori del mercato libertariano, che intervengono in gruppi perfettamente e compiutamente codificati, aderendo totalmente a un manifesto o a una dichiarazione di intenti. D’altra parte anche le competenze più straordinarie di un singolo devono trovare il modo di armonizzarsi in una rete organizzata, perché uscire dalla dimensione di massa non significa diminuire il controllo. Al contrario: il controllo capillare esiste sicuramente anche nei piccoli gruppi, anzi forse proprio nelle piccole dimensioni raggiunge il suo apice di intensità. L’errore di una sola persona può determinare il fallimento di tutti. Il malessere di uno può contagiare gli altri, i conflitti possono incancrenirsi fino a oscurare ogni rapporto positivo.
C’è però una grande differenza fra un controllo gestito da sistemi automatizzati a scopo di lucro, come nel caso della profilazione di massa, e il controllo reciproco dei membri di un piccolo gruppo. In un gruppo di affinità i legami che danno vita alla rete sono altrettante relazioni di fiducia.  Si può avere fiducia nel giudizio altrui e usare il gruppo come specchio. Il controllo sociale può diventare così una forma di garanzia dell’autonomia individuale, soprattutto nei momenti di scoramento e stanchezza, quando l’individuo manca di lucidità, si comporta in maniera avventata, noiosa, distruttiva. Depositari di una storia condivisa, e quindi anche della nostra storia, sono gli altri a ricordarci che non siamo sempre stati in preda alla disperazione, alla sofferenza. In passato abbiamo contribuito in maniera significativa, e potremmo farlo anche in futuro. E’ l’attenzione, il riconoscimento per la creatività individuale il bene circolante in una rete organizzata. E’ il tempo dedicato in maniera esclusiva, o comunque prioritaria e privilegiata alla tessitura di quel legame a creare un valore inestimabile.