Una giornata vuota

Troppo rara e rapida è la giornata vuota. Trascorsa quasi senza far nulla, con pochi ma precisi impegni, privi di interlocuzione come auspicato.
Non sono mai stato uno scansafatiche. Tuttavia consideravo possibile porre uno strato spesso di pelle tra me e l’angoscia del tempo destinato.
Al di là delle derive sovversive, o supposte tali, ero affascinato dai passaggi del Capitale in cui si sussurrava di sussunzione reale, dalle pre-tesi divulgative di Ponzio nel suo elogio dell’infunzionale, o dall’impostazione del progetto di vita cui orientare l’essere, di un Sartre volto a giustificarsi.

Ho scelto forse di giocare col fuoco, di rischiare oltre il lecito: e mi sento troppo spesso investito dal compito di vivere per lavorare, dimenticando la potenza del lavorare per vivere.
E non è un problema di pesi sostanziali, carichi o alterne fortune; semplicemente accade che si prenda la decisione di investire nella codifica più tradizionale del sacrificio, confidando nel valore dell’amore che può spiegare aspirazioni e piegare resistenze.